C’è un’erba che nei paesi di montagna entra in cucina con una naturalezza antica.
Tra le erbe spontanee dei Sibillini ce n’è una che entra in cucina con una naturalezza antica. Il suo nome scientifico è Blitum bonus-henricus: uno spinacio selvatico che cresce nelle aree di alta montagna del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, fino a 1800 metri di quota. In altre parti d’Italia è noto come Buon Enrico, ma qui il suo racconto passa soprattutto dai nomi locali, quelli che restano più vicini ai paesi e ai gesti quotidiani.
A Montefortino questa pianta è conosciuta come gòrbini.
A Ussita e Castelsantangelo sul Nera prende invece il nome di olabri.
È già in questa variazione che si legge qualcosa di importante: una stessa erba, raccolta e cucinata in luoghi diversi, entra nel lessico del territorio con accenti propri e continua a custodire una memoria concreta della montagna abitata.
Nei Sibillini anche un’erba spontanea cambia nome da paese a paese e continua a raccontare il legame tra paesaggio, cucina e vita locale
Per molto tempo gòrbini e olabri sono stati considerati un cibo semplice, legato a una cucina di necessità e di stagione. Oggi tornano a essere ricercati per il loro valore nutritivo e per la loro versatilità. Si possono preparare in molti modi: lessi, ripassati in padella, nelle minestre, con la polenta, nelle frittate. Le foglie più giovani si possono usare anche crude, condite in modo essenziale.
Questa presenza discreta dice molto del carattere gastronomico dei Sibillini. Non serve un ingrediente raro o spettacolare per raccontare il territorio. A volte basta un’erba di quota, riconosciuta da generazioni, capace di entrare nei piatti con semplicità e precisione.
Perché si chiama così
Il nome è uno dei suoi dettagli più affascinanti. Nella nomenclatura scientifica storica compare come bonus-henricus, letteralmente qualcosa come "buon Enrico", formula che è passata anche nel nome comune italiano. Nelle fonti lessicografiche inglesi, Good King Henry è attestato dal Seicento e viene spiegato come forma influenzata dal nome di Henry VII, anche se le principali fonti botaniche online registrano soprattutto il nome senza scioglierne in modo definitivo l’origine simbolica. In altre parole: il nesso non è del tutto lineare, ma il punto interessante è un altro. Questa pianta, come molte erbe alimentari e medicinali del mondo premoderno, è stata personificata. Non un nome descrittivo, ma un nome proprio. Non "foglia di monte", ma "Buon Enrico". È un indizio culturale prezioso: quando una comunità dà un nome quasi umano a una pianta, significa che con quella pianta ha convissuto abbastanza a lungo da farla entrare nel linguaggio comune.
Raccontare oggi gòrbini e olabri significa riportare attenzione su una parte minuta ma autentica dei Sibillini. Significa dare valore a una conoscenza locale che tiene insieme raccolta, stagionalità, nutrimento e lessico del luogo. In un territorio dove il rapporto con la montagna passa anche attraverso ciò che si riconosce, si raccoglie e si cucina, questa erba spontanea continua a dire qualcosa di molto attuale.
Parla di una cucina sobria, vicina alla stagione, capace di trasformare ciò che cresce in quota in un gesto quotidiano e pieno di senso. E parla anche di una geografia più intima dei Sibillini, fatta di nomi che cambiano da paese a paese ma restano fedeli allo stesso paesaggio.