Il nome è composto da due parti: Arquata, dal latino Arcus, e il nome del fiume Tronto per distinguerla da altri comuni italiani dallo stesso nome.
Arquata del Tronto occupa il margine più meridionale del sistema sibillino. Qui la montagna cambia assetto e si apre come una vera soglia di passaggio fra Marche, Umbria e Lazio. È anche l’unico comune d’Europa compreso nel territorio di due parchi nazionali, i Monti Sibillini e il Gran Sasso e Monti della Laga. È una posizione unica che apre il territorio a un’ampia varietà di esperienze outdoor, tra escursionismo, trekking e percorsi in bici.
Se Ussita, Bolognola e Castelsantangelo sul Nera disegnano l’asse interno dei Sibillini, Arquata ne custodisce il varco più esposto: quello dei confini, dei crinali, delle strade che uniscono versanti, attività e culture diverse.
A rendere chiara questa vocazione basta la Rocca medievale di Arquata del Tronto, fortezza di impianto duecentesco costruita in posizione dominante sopra il borgo. Da qui lo sguardo controlla ancora la Via Salaria, l’antico asse che collegava Roma all’Adriatico, che segue la valle del Tronto come una linea storica mai interrotta. Per secoli le antiche stazioni di posta romane di “ad Martis” e “Surpicano”, sono state un punto decisivo nel cuore dell’Italia: tra nord e sud, tra interno e costa, tra i due mari. La Rocca non è solo un segno architettonico. È la forma visibile di una funzione antica: sorvegliare, collegare, presidiare il passaggio.
Dentro questo territorio, Pretare resta uno dei nuclei più densi di immaginario. Sorge alle falde del Monte Vettore, in una conca aspra, disseminata di rocce che la lettura geologica riconduce ai crolli del monte. La memoria orale, però, le ha dato anche un’altra voce: quella di un luogo toccato dalla Sibilla e poi abitato da pastori capaci di vivere in confidenza con le sue fate. Poco lontano restano la vecchia fornace e un mulino ad acqua lungo il Fosso delle Pianelle, segni minuti di una vita montana che qui ha sempre tenuto insieme fatica e appartenenza.
Si racconta che qui le fate scendessero a ballare con i pastori, e che il mattino le costringesse a tornare alla montagna in una corsa di luce
A Spelonga, il paesaggio si lega invece a una memoria corale e combattiva. La Festa Bella, celebrata ogni tre anni, rievoca la battaglia di Lepanto del 1571 e custodisce nella chiesa di Sant’Agata il vessillo ottomano che la tradizione attribuisce agli uomini del borgo tornati dalla battaglia. Nel racconto dei Sibillini, Arquata del Tronto tiene insieme proprio questo doppio registro: il confine e la festa, la roccia e la danza, la forza del presidio e la leggerezza del mito.